MILANO 23 maggio 1968 - Resta e diventa parte della famiglia


Resta e diventa parte della famiglia

 Eric Barrett era un ventunenne proveniente da un quartiere popolare di Glasgow quando trovò lavoro come roadie per la Jimi Hendrix Experience. Questo è il suo racconto del suo primo impatto col grande mancino di Seattle. Jimi ed io provenivamo da mondi diversi. Lui, il militare di colore di Seattle che aveva abbandonato gli studi; io, il ragazzo bianco che marinava la scuola in un quartiere popolare di Glasgow. Ma come molti ventenni, ci legammo grazie alla musica, alle ragazze e alle droghe. 

Venni assunto dopo una notte di bevute sfrenate, quando, all'una di notte, mi imbattei in Mitch e Noel, che già conoscevo. Mi dissero che gli mancava un roadie e il giorno dopo avrebbero suonato a Milano, la prima tappa di un breve tour italiano... così di prima mattina, dopo una paurosa sbornia, mi trovai su un volo diretto in Italia. 

 

Milano 23 maggio 1968 - Eric Barrett con la maglietta nera

Quella sera il primo concerto fu un incubo, il locale era minuscolo e i suoni erano orribili. "Fallo funzionare!" Fai in modo che funzioni, tu brutto stronzo, 23 maggio 1968, e per Jimi era il primo cocerto a Milano e voleva fare bella figura. Hendrix era a meno di sessanta centimetri da me. Qualunque parolaccia dicesse veniva soffocata dal frastuono proveniente dalla parete di altoparlanti dietro di lui. Suonava dannatamente male. Gli ho dato una chitarra di ricambio e ho cercato di spiegargli che il problema era dovuto alla rete elettrica italiana, non all'attrezzatura. Ma lui non mi sentiva meglio di quanto io sentissi lui. Vedeva solo il suo nuovo roadie che si inventava scuse. E la cosa lo stava chiaramente facendo infuriare. Gli insulti continuavano e non potevo farci niente. 

 


 

 Avevo 21 anni, una sbornia tremenda e avevo suonato solo due canzoni al mio primo concerto con la Jimi Hendrix Experience. Di certo non era quello che mi aspettavo quando avevo accettato il lavoro in un locale notturno di Kensington la sera prima. Durante l'ultimo brano, Jimi sfogò tutta la sua frustrazione sull'attrezzatura. Picchiò selvaggiamente gli amplificatori e fece dei buchi enormi negli altoparlanti con il manico della sua chitarra. Non c'è da stupirsi che l'ultimo roadie si sia fatto una dose massiccia di LSD e se ne sia andato a metà tour. 

 

Quella sera, più tardi, chiesi a Gerry Stickells, il tour manager, un biglietto per tornare a Londra. Mi convinse a rimanere ancora un po', così dormii due ore e partii per Roma per organizzare il concerto successivo. Quando la band arrivò al teatro, i compagni britannici di Jimi, Mitch Mitchell, il batterista, e Noel Redding, il bassista, mi accolsero con calorosi abbracci. Poi si avvicinò Jimi in persona. Mi mise un braccio intorno alle spalle e mi accompagnò lontano dal palco, lontano dagli altri. Era più alto di me, quattro anni più grande, snello e longilineo, vestito con pantaloni di velluto viola e una camicia rosa con volant, impreziosita da un enorme medaglione che gli penzolava dal collo. Aveva l'aspetto di una rock star in tutto e per tutto. Era anche molto dispiaciuto. "Ehi, mi dispiace tanto per ieri sera, Eric. Non avrei dovuto comportarmi così." Parlò con quella sua voce profonda e sussurrata, lenta e intensa. Ero ipnotizzato. "So che non è stata colpa tua, amico. È stata tutta colpa mia. Ero stanco morto per il jet lag. Ero così stanco, sai. Quindi, per favore, non tornare a casa. Resta. Resta e diventa parte della famiglia." Mi rivolse un sorriso enorme e lasciò sfuggire una piccola risatina. Era un gentiluomo, la persona più carismatica che avessi mai incontrato, e ne rimasi sbalordito. Chi era quest'uomo e che diavolo era successo al pazzo della sera prima? Avrei imparato che c'erano sempre due Jimi: l'artista selvaggio sul palco e l'uomo timido e affascinante fuori dal palco. Interagire con Jimi sul palco significava comprenderne gli stati d'animo. Ogni nota era un riflesso di come si sentiva in quel momento. Ecco perché non suonava mai una canzone allo stesso modo due volte, e perché nessuna registrazione è mai riuscita a catturare appieno il suo genio. Lontano dai riflettori, però, Jimi era un uomo timido e insicuro, a disagio per la sua pelle non perfetta e profondamente a disagio nell'essere al centro dell'attenzione. Aveva una vista pessima e avrebbe dovuto portare gli occhiali, ma questo avrebbe potuto infrangere la sua aura. A volte si addensavano nuvole nere sopra di lui, ma di solito si diradavano con la stessa rapidità con cui erano arrivate e lui tornava a fare battute. Aveva una risata calorosa e contagiosa e un sorriso che, quando era rivolto a te, poteva illuminarti la giornata. Ogni volta che un giornalista veniva a intervistarlo prima di un concerto, si assicurava sempre di parlare bene di Mitch e Noel e di far sì che anche loro venissero intervistati. Quando eri vicino a Jimi, capivi subito di trovarti in presenza di una star. Ovviamente accettai di restare. Avrei accettato quasi qualsiasi cosa quando parlava in quel modo. 

 


 



 Eric Barrett ha gestito tournée per musicisti come David Bowie, Madonna e Aerosmith, ritirandosi nel 2013. All'età di 79 anni, ora vive a Los Angeles. Estratto da Experienced: On the Road with Jimi Hendrix and Beyond by Eric Barrett with Lawrence Robinson (Sphere £25), out on August 6.

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